Non serve aspettare di toccare il fondo per chiedere aiuto. Basta che ci sia qualcosa — un’ansia che non si spiega, una stanchezza che non passa, la sensazione di andare avanti senza davvero scegliere — che segnali che qualcosa non funziona come vorresti.
La psicoterapia non è per chi è in crisi acuta. È per chi vuole capire — e poi, da quella comprensione, costruire qualcosa di diverso.
Il primo incontro è un colloquio orientativo: capisco cosa stai portando, valuto il quadro clinico, e insieme definiamo se e come ha senso proseguire. Non c’è nessun impegno automatico dopo il primo incontro.
I percorsi successivi si costruiscono in modo personalizzato — con una frequenza solitamente settimanale, e una durata che dipende dalla natura e dalla profondità del lavoro. Ti dirò sempre, in modo onesto, cosa mi aspetto e quali risultati sono ragionevoli attendersi.
Non ogni difficoltà richiede una psicoterapia lunga. A volte quello che serve è uno spazio strutturato — ma circoscritto — per attraversare un momento complicato, prendere una decisione importante, o alleggerire un carico che si è fatto troppo pesante.
I colloqui di counseling e sostegno sono interventi focalizzati, di durata limitata (4-12 incontri in media), orientati a un obiettivo specifico. Non richiedono di scavare nella storia personale — si lavora sul presente e sul problema concreto.
Se nel corso del percorso emerge che c’è qualcosa di più profondo da esplorare, possiamo valutare insieme se e come trasformare il lavoro in un percorso psicoterapeutico vero e proprio.
Spazi di supporto nei momenti in cui la persona vive una particolare vulnerabilità, stress o instabilità emotiva. Il lavoro è orientato ad alleggerire il carico, contenere l’ansia e il malessere, rafforzare le risorse di adattamento e costruire un nuovo equilibrio. È utile anche come primo passo per chi non sa da dove iniziare ma sente il bisogno di essere accompagnato.
I colloqui di sostegno sono interventi orientati al supporto emotivo e psicologico. Non richiedono di scavare nella storia personale anche se è importante conoscerla nonostante si lavori sul presente.
Se nel corso del percorso emerge che c’è qualcosa di più profondo da esplorare, possiamo valutare insieme se e come trasformare il lavoro in un percorso psicoterapeutico vero e proprio.
Il lavoro è entrato troppo dentro. Oppure ha smesso di dare qualcosa. O entrambe le cose insieme — il lavoro prende tutto, e in cambio non restituisce niente che abbia davvero senso.
I problemi psicologici legati al lavoro raramente riguardano solo il lavoro. Quasi sempre segnalano qualcosa di più profondo: un rapporto con l’identità e il valore personale, un sistema di credenze sulla produttività, una difficoltà a tollerare il limite, un vuoto che il lavoro cerca di riempire.
Esaurimento emotivo, distacco cinico, sensazione di non farcela più. Il burnout non si risolve con una settimana di ferie — richiede un lavoro psicologico che ne affronti le cause reali, non solo i sintomi.
Non riuscire a staccare, sentirsi a disagio quando non si lavora, usare il lavoro per evitare qualcosa. Una forma di dipendenza che è socialmente premiata — e per questo ancora più difficile da riconoscere.
Tensione costante, irritabilità, insonnia, difficoltà di concentrazione. Lo stress lavorativo non gestito impatta sulla salute fisica, sulle relazioni affettive e sulla sessualità.
Difficoltà con i superiori, con i colleghi, con i clienti. Dinamiche che si ripetono in ambienti di lavoro diversi — e che spesso rispecchiano pattern relazionali più antichi.
Perdita del lavoro, cambiamento di ruolo, passaggio a una nuova professione, pensionamento. Momenti che destabilizzano l’identità e richiedono un riorientamento profondo.
Il lavoro parte sempre dalla comprensione: capire quale funzione svolge il lavoro nella vita della persona, cosa evita, cosa compensa, cosa sostituisce. Da lì si costruisce un percorso che non mira a lavorare meno — ma a riacquistare il controllo su come e perché si lavora.
La sessualità è uno degli ambiti in cui le persone aspettano più a lungo prima di chiedere aiuto. Mesi, a volte anni — portando da soli qualcosa che pesa sulla relazione, sull’autostima, sulla qualità della vita.
Nel mio studio a Roma, la sessualità non è un argomento separato dalla psicologia. È una delle dimensioni più rivelatrici di come una persona funziona — e una delle aree in cui il lavoro integrato tra psicoterapia e sessuologia produce risultati tra i più concreti e misurabili.
La sessuologia clinica da sola risponde ai sintomi. La psicoterapia da sola spesso non entra nella specificità sessuale. L’integrazione delle due prospettive permette di lavorare sia sul sintomo che sulle sue radici — senza rimbalzare tra professionisti diversi.
Il setting è riservato, non giudicante. Quello che dici resta nello studio.
Molte coppie non arrivano in terapia perché stanno per lasciarsi. Arrivano perché si sono accorte che la connessione — quella vera, fatta di intimità, sessualità e capacità di parlarsi — si è assottigliata nel tempo. E non sanno come riaprirla.
Lavoro con coppie che stanno bene insieme, ma hanno perso qualcosa. Non con coppie in conflitto acuto o crisi distruttiva.
Di solito si inizia con un primo colloquio congiunto — per capire la situazione, il livello di motivazione di entrambi, e se il mio approccio è quello giusto. Alle sedute di coppia, se serve possono essere aggiunte sedute individuali parallele, ed esercizi strutturati tra una seduta e l’altra. Nei casi in cui la difficoltà è prevalentemente sessuale, posso integrare il lavoro sessuologico nel percorso di coppia.