Quando parlo di psicoterapia uso quasi sempre il plurale. Non è un errore grammaticale: è una scelta precisa.
Esistono molti approcci psicoterapeutici — e ognuno è nato per rispondere a domande diverse sulla mente umana, sul cambiamento e sulla sofferenza. Nessuno di questi approcci è sbagliato in assoluto. E nessuno è completo da solo.
Il fondamento del mio lavoro clinico è psicodinamico. Significa che parto dalla convinzione che ogni persona abbia costruito — nel corso della propria storia, a partire dall’infanzia e dalle relazioni significative — un modo specifico di funzionare: di regolare le emozioni, di relazionarsi agli altri, di difendersi dal dolore.
Questo modo di funzionare non è casuale. Ha una struttura — che gli psicologi clinici chiamano organizzazione di personalità — e questa struttura si è costruita per proteggere la persona in un certo contesto. Il problema nasce quando quella stessa struttura, che era adattiva una volta, continua a funzionare in modo rigido anche quando il contesto è cambiato.
Capire questa struttura — capire come ti sei organizzato nel tempo — è la bussola di ogni percorso che intraprendo.
Partire da una base psicodinamica non significa restare chiusi in un solo modello. Significa avere un punto fermo da cui orientarsi — e da lì, scegliere gli strumenti più adatti alla persona e al momento del lavoro.
Utile quando il problema centrale è la difficoltà a riconoscere i propri stati mentali e quelli degli altri — a mentalizzare, cioè a capire cosa si prova e perché. Si lavora sulla capacità di leggere sé stessi e le relazioni con maggiore precisione e meno distorsione.
Utile quando il problema si esprime principalmente nelle relazioni — di coppia, familiari, lavorative. Aiuta a vedere i pattern relazionali, le dinamiche che si ripetono, e a trovare modi diversi di muoversi all’interno dei sistemi in cui si è immersi.
Utile quando i sintomi sono concreti e richiedono interventi mirati: l’ansia che si manifesta in contesti specifici, gli evitamenti, i pensieri disfunzionali che alimentano il disagio. Offre strumenti pratici per modificare risposte consolidate.
Non c’è un algoritmo. C’è una valutazione clinica — che avviene nelle prime sedute — in cui osservo come la persona si racconta, come funziona nelle relazioni, quali meccanismi di difesa usa, in quale fase di vita si trova.
Da quella valutazione emerge una comprensione di chi ho davanti — e quella comprensione guida le scelte metodologiche. Non il contrario.
Il metodo giusto non è quello che funziona in generale. È quello che funziona per te, in questo momento della tua vita.
Prenota un primo colloquio conoscitivo: sarà l’occasione per conoscerci, espormi la tua situazione e capire insieme se il mio approccio è quello più adatto alle tue necessità e alle tue risorse..