
Da anni affianco persone che vivono situazioni di ansia, stress, blocchi emotivi o decisionali, manifestazioni psicosomatiche, spesso, ma non sempre, legate a cambiamenti significativi nella vita o a momenti di incertezza.
“C’è una domanda che viene fatta spesso agli psicologi:
Perché hai scelto questo lavoro?
Oggi ho una risposta chiara, ma quando mi iscrissi a psicologia, non sapevo ancora dirla: non sopportavo vedere soffrire le persone a cui voglio bene. Ma non era solo la sofferenza, era l’impotenza: non sapere cosa fare, non poter fare nulla. Era percepire che qualcosa stava per rompersi e restare lì, inermi, fino a quando accadeva proprio ciò che non volevo accadesse. E poi vivere in allerta. Iniziare a vedere segnali ovunque. Prefigurare catastrofi anche quando non ci sono, e forse non ci saranno. Succede perché, dopo esperienze di sofferenza ripetuta, una parte profonda del nostro cervello — l’amigdala — impara a reagire come se il pericolo fosse sempre presente. Si allena a difendersi, anche quando non c’è una minaccia reale. E così si vive in ipervigilanza, in ansia, come se il passato non fosse mai davvero finito.
Col tempo ho capito anche un’altra cosa. È per questo che oggi lavoro soprattutto con persone che stanno vivendo cambiamenti imposti dalla vita, o che stanno cercando di cambiare, di scegliere, di capire chi sono e dove stanno andando. Persone a volte stanche. A volte insoddisfatte o tristi. Spesso in ansia, in continua apprensione, o confuse.
Perché se le incontri in questo momento, quando sono ancora in un punto fragile ma vivo, puoi aiutarle a non scivolare verso sofferenze molto più grandi.
La sofferenza, spesso, non arriva all’improvviso. Inizia quando ci si allontana poco alla volta da sé stessi. Quando si va avanti per inerzia. Quando si rimanda per paura. Quando i dubbi non finiscono mai e i pensieri aumentano. Non posso salvare le persone mentre stanno affogando, ma posso aiutarle a riconoscere per tempo quando stanno perdendo direzione. Soprattutto, posso aiutarle a trovare strumenti per continuare con le proprie risorse, le proprie capacità, nel loro ambiente.
Nel mio approccio integro strumenti e prospettive provenienti da diversi orientamenti psicologici, con l’obiettivo di offrire interventi personalizzati, concreti e sostenibili (sostenibili in termini di risorse della persona e della sua situazione, quindi anche in termini di durata del percorso), che tengano conto sia delle esigenze della persona sia della fase di vita in cui si trova.
Sono laureato in Psicologia e in seguito specializzato in Psicologia Clinica* e abilitato all’esercizio della psicoterapia. Ho ampliato la mia formazione anche nel Regno Unito, dove ho approfondito l’integrazione tra diversi approcci psicologici e psicoterapeutici, sempre nel Regno Unito ho svolto anche ricerca sulla memoria di lavoro, un’abilità cognitiva chiave nei processi decisionali, soprattutto in condizioni di stress.
Oltre alla libera professione come psicologo e psicoterapeuta, ho maturato esperienza anche all’interno di istituzioni pubbliche e del privato sociale, dove mi sono occupato di prevenzione, sostegno, psicoterapia e coordinamento.
Per diversi anni ho inoltre coordinato un ambulatorio sociale di psicologia e psicoterapia, contribuendo all’organizzazione degli interventi clinici e svolgendo direttamente psicoterapia e altri interventi psicologici.
Questa varietà di esperienze mi ha permesso di lavorare con persone e contesti molto diversi tra loro, sviluppando una modalità di intervento flessibile, mirata e attenta alla complessità individuale.
Metodo Psicologia Integrativa è il modello che utilizzo per costruire percorsi psicologici personalizzati: pensato per accogliere la tua unicità, accompagnarti nel cambiamento e valorizzare le risorse che già possiedi, insieme a quelle da sviluppare.
È un metodo che ho sviluppato e affinato negli anni, per offrire interventi su misura a chi attraversa momenti di transizione, incertezza o difficoltà.
Quando inizio un percorso, il mio primo obiettivo è comprendere davvero chi ho davanti: non solo i sintomi o il disagio, ma la persona nel suo insieme — la sua storia, il modo in cui pensa, sente, si relaziona, e il contesto che sta vivendo nel presente.
È un metodo che definirei rigoroso ma flessibile: ha dei punti fermi, ma si adatta a ogni persona in modo unico.
Questo metodo si fonda su tre pilastri:
1. Raccogliere: comprensione profonda
In questa fase esploro il funzionamento della persona, il suo stile relazionale e i suoi vissuti emotivi, cognitivi e corporei. Raccolgo anche elementi relativi al contesto di vita: familiare, lavorativo, sociale e culturale.
L’obiettivo è costruire una comprensione sfaccettata e non riduttiva della persona, andando oltre i sintomi per coglierne le risorse, i nodi e le possibilità evolutive.
2. Integrare: costruzione dell’alleanza e personalizzazione
Un buon percorso richiede un’alleanza di lavoro solida. Integrare significa condividere:
– un legame di fiducia che possa evolvere nel tempo,
– obiettivi realistici e condivisi,
– compiti e strumenti definiti in modo chiaro.
Ogni intervento viene costruito su misura, scegliendo tecniche e approcci psicologici diversi (psicodinamico, strategico integrato, cognitivo, corporeo, ecc.), in base a ciò che emerge dalla fase iniziale.
3. Orientare: direzione e cambiamento
Il percorso non è solo esplorativo, ma orientato al cambiamento. Si lavora per generare nuove risposte, promuovere consapevolezze e sviluppare risorse personali utili nel presente e nel futuro.
Ritengo importante distinguere un percorso psicologico strutturato e clinicamente fondato da una semplice “buona relazione di ascolto”. La relazione è importante, ma non è tutto: serve anche metodo, direzione e strumenti adeguati per accompagnare il cambiamento.

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Antonio Colanicchia – Psicologo
Professionista iscritto all'Albo degli Psicologi della Regione Lazio n. 17806
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