Esistono esperienze che nessuno sceglierebbe volontariamente, ma che possono diventare parte della propria vita.
Prendersi cura di un familiare gravemente malato. Convivere con una malattia cronica. Sottoporsi a terapie lunghe, invasive e faticose. Rinunciare a progetti, abitudini o possibilità che sembravano scontate.
In tutte queste situazioni il sacrificio può diventare inevitabile.
La nostra cultura tende spesso a rappresentarlo come qualcosa di nobile, quasi automaticamente sinonimo di amore, forza morale o generosità. Ma, dal punto di vista psicologico, la questione è più complessa.
Il problema non è il sacrificio in sé.
Il problema è ciò che il sacrificio produce nella vita psichica della persona.
Quando il sacrificio acquista un significato
Nel libro Farsi male, Vittorio Lingiardi scrive che alcune persone trovano «formule personali che consentono di convertire il dolore della rinuncia nel piacere del sacrificio».
Il termine sacrificio deriva dal latino sacrum facere, cioè “rendere sacro”, attribuire un valore.
Non significa negare il dolore.
Significa riuscire, almeno in parte, a dare un senso a un’esperienza che altrimenti rischierebbe di essere soltanto perdita.
Questa possibilità rappresenta spesso una risorsa psicologica importante.
Non elimina la sofferenza, ma permette di continuare a vivere senza esserne completamente travolti.
Quando il sacrificio diventa distruttivo
Lingiardi, però, aggiunge una riflessione altrettanto importante.
«Il sacrificio non dovrebbe essere annullamento autodistruttivo né ricatto né celebrazione della propria virtù. Dovrebbe essere fatica, sì, ma senza lividi mentali, scorie di risentimento, accumuli di rabbia. Quando altruismo e negazione di sé si confondono, quando il sacrificio è usato per indurre sensi di colpa, sento le porte dell’inferno dischiudersi.»
Queste parole invitano a distinguere due esperienze molto diverse.
Esiste un sacrificio che conserva il legame con sé stessi.
Ed esiste un sacrificio che, lentamente, porta a perdere il contatto con i propri bisogni, con i propri limiti e perfino con il diritto di esistere come persona.
Il primo può dare significato alla sofferenza.
Il secondo rischia di alimentare risentimento, colpa, esaurimento emotivo e senso di annullamento.
Il contributo di Wilfred Bion: il dolore non trasforma automaticamente
Questa riflessione può essere approfondita attraverso il pensiero dello psicoanalista Wilfred Bion.
Uno dei contributi più originali di Bion riguarda la capacità della mente di trasformare l’esperienza emotiva.
Non tutto ciò che viviamo viene automaticamente elaborato.
Anche il dolore può seguire strade molto diverse.
Può essere semplicemente sopportato, come qualcosa che cade sulla persona senza trovare uno spazio psichico in cui essere pensato.
Oppure può essere riconosciuto, contenuto, progressivamente integrato nella propria storia.
La trasformazione emotiva non dipende dalla quantità di sofferenza vissuta.
Dipende dalla possibilità di attribuire un significato all’esperienza senza esserne completamente sopraffatti.
Soffrire non significa soltanto sopportare
Nella cultura contemporanea si sente spesso dire che “il dolore fa crescere”.
Dal punto di vista clinico, questa affermazione merita qualche cautela.
Il dolore, da solo, non insegna nulla.
In alcune persone produce una maggiore integrazione della personalità.
In altre può lasciare soltanto ferite, rabbia, isolamento o disperazione.
Ciò che fa la differenza non è l’intensità della sofferenza, ma il lavoro psichico che diventa possibile intorno a quella sofferenza.
È questa trasformazione che permette al dolore di diventare esperienza, anziché rimanere soltanto un evento subito.
Quando il sacrificio riguarda anche sé stessi
Il sacrificio non riguarda soltanto chi si prende cura degli altri.
Riguarda anche chi è costretto a prendersi cura di sé in condizioni che non ha scelto.
Una diagnosi cronica, una limitazione fisica, una terapia protratta nel tempo possono obbligare la persona a rinunciare a una parte della propria vita.
Anche questa è una forma di sacrificio.
La sfida psicologica consiste nel non identificarsi completamente con ciò che si è perduto.
La malattia può modificare profondamente l’esistenza.
Non dovrebbe, però, esaurire l’identità della persona.
Il ruolo della psicoterapia
Nel lavoro psicoterapeutico non si cerca di eliminare il dolore né di convincere le persone che ogni sofferenza abbia necessariamente un significato.
L’obiettivo è diverso.
Costruire uno spazio nel quale ciò che è stato vissuto possa essere pensato, nominato e progressivamente integrato.
Quando questo diventa possibile, il sacrificio smette di essere soltanto rinuncia.
Può trasformarsi in un’esperienza che conserva il dolore, senza lasciare che sia il dolore a definire completamente la persona.
Conclusione
Forse la domanda non è quanto siamo disposti a sacrificare.
La domanda è un’altra.
Il sacrificio che stiamo vivendo ci sta aiutando a dare un significato alla nostra esperienza oppure ci sta lentamente allontanando da noi stessi?
Questa distinzione non elimina la sofferenza.
Può però cambiare profondamente il modo in cui continuiamo ad abitare la nostra vita.